Festa diocesana del malato

festa del malatoLa celebrazione della giornata diocesana del Malato che ricorre il 2 giugno è l’appuntamento annuale propizio per riservare una speciale attenzione alle persone malate e a coloro che le assistono, sia nei luoghi di cura sia nelle famiglie da parte delle comunità parrocchiali e da parte di tutta la cittadinanza. Quest’anno il nostro comune pensiero va in particolare a quanti, in tutto il mondo, patiscono gli effetti della pandemia del Covid-19 che con la sua carica dirompente e devastante ha spazzato via le nostre certezze effimere, su cui abbiamo fondato la nostra quotidianità, ridefinendo il significato autentico e profondo della vita e della morte.

Ci siamo ritrovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. L’emergenza ha imposto delle regole, anche molto restrittive, per tutelare il bene primario della salute di tutti. Avendo allontanato i malati dai propri cari e da figure di prossimità, il personale sanitario si è trovato coinvolto in un ruolo duplice, quello cioè di esercitare la propria professione, ma anche di assistere e confortare oltre il proprio compito, per colmare il vuoto degli affetti lontani.

Medici, infermieri, operatori sanitari, assistenti religiosi e lo stesso personale delle imprese di pulizie non si sono sottratti e, in alcuni casi, hanno pagato con la vita questo slancio, questo afflato caritatevole verso il prossimo. Si sono prodigati per lenire le sofferenze, per alleviare il dolore e l’angoscia. Tutto ciò è stato fatto con dedizione e nell’anonimato. Il loro atteggiamento senza richiamare epiteti, quali eroi o angeli, è sicuramente stato esemplare, anche nelle difficoltà.

La pandemia, pure nella sua tragicità, ha fatto vibrare le corde più profonde della solidarietà, della fratellanza e dell’umanità.

Curare e prendersi cura sono confluiti in un’unica mission, ribadendo, nella molteplicità dei ruoli e delle competenze, la centralità della persona.

Tenuto conto di quanto abbiamo vissuto in questo tempo, il nostro “fare” pastorale dovrebbe ripartire dalle seguenti espressioni e atteggiamenti che possono essere sintetizzati in:
“Esserci” e “Stare” come persona (non solo come tecnico e professionista o con un determinato ruolo); umanizzare i luoghi di cura come impegno a fare emergere la “relazionalità”, quale elemento curativo, un fondamentale aiuto per attraversare le situazioni dolorose (perché il dolore va attraversato) e recuperare la dignità di persona; ascolto silenzioso (non ci sono mai risposte “accettabili” di fronte a tanto dolore); speranza come atteggiamento di fiducia, emersa grazie ai gesti di presenza e vicinanza espressi in varie forme (da operatori sanitari, cappellani, vicini di casa) per recuperare il proprio quotidiano e la propria fede.

A questo riguardo, la premura dei cappellani verso il personale, verso i pazienti e le loro famiglie è stata e continua ad essere una presenza positiva ed accogliente, un’offerta di tenerezza, di amicizia e di ascolto, favorendo un’apertura dell’anima, conducendo le persone, magari sino ad allora distanti dalla pratica del loro credo, ad un impegno più responsabile, ad un incontro ravvicinato con Dio. Tanti operatori sanitari nelle corsie d’ospedale, nonostante le corse sfrenate, hanno riscoperto con più attenzione ciò che ci circonda, diventando più collaborativi. È come se si fosse accesa una luce in una stanza buia e ci si fosse riconosciuti uguali, tutti fratelli e sorelle; Dio dunque, si è mostrato e si è fatto riconoscere attraverso l’esercizio di una tale generosa solidarietà.

 

Carissimi , il comandamento dell’amore, che Gesù ha lasciato ai suoi discepoli, trova una concreta realizzazione anche nella relazione con i malati. Una società è tanto più umana quanto più sa prendersi cura dei suoi membri fragili e sofferenti, e sa farlo con efficienza animata da amore fraterno. Tendiamo a questa meta e facciamo in modo che nessuno resti da solo, che nessuno si senta escluso e abbandonato. (Messaggio di Papa Francesco per la Giornata Mondiale del Malato)


Ogni incontro deve però aver un seguito. Non si può trovare un tesoro, in mezzo alla tempesta, per poi abbandonarlo quando torna a risplendere il sole; ripiomberemmo nella carestia, nella grande povertà! Dobbiamo continuare a realizzare il comandamento dell’amore lasciato da Gesù Cristo ai suoi discepoli: «Amatevi come io vi ho amato», in una spiritualità del quotidiano e della prossimità.

La strada dell’umanizzazione e della cura, per noi credenti, incrocia sempre quella del Vangelo del Regno, che è in mezzo a noi. In ogni situazione della vita.

Ed è una strada che, seppure in salita, è sempre aperta, percorribile per tutti.
Quest’anno a causa delle restrizioni governative dovute alla diffusione epidemiologica da Covid-19, non si celebrerà la Giornata Diocesana del Malato come gli anni passati, sarà celebrata la Santa Messa dal nostro vescovo Mario nella Basilica di San Giovanni Valdarno il 2 giugno alle ore 11,00 e tutti, tramite canale youtube della diocesi di Fiesole, potranno unirsi a pregare per i malati, gli operatori sanitari e per coloro che ci hanno lasciato in questo tempo di pandemia.

Affidiamo tutti i malati, gli operatori sanitari e coloro che si prodigano accanto ai sofferenti, a Maria, Madre di misericordia e Salute degli infermi perché sostenga la nostra fede e la nostra speranza e ci aiuti a prenderci cura gli uni degli altri con amore fraterno. In attesa di questa giornata di preghiera e nella speranza di potersi nuovamente incontrare il prossimo anno ringrazio e saluto.

Diocesi di Fiesole

P.tta della Cattedrale, 1
50014 Fiesole (FI)
tel e fax: (+39) 055 59242
C.F: 94004010487

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