2 Aprile 2026 in Omelie del Vescovo

Omelia per la S. Messa del Crisma 2026

Lo Spirito del Signore è su di me. Desidero accogliere questa Parola insieme a voi, cari sacerdoti, e considerarla nel contesto che sta vivendo la nostra Chiesa fiesolana. Stiamo attuando le indicazioni del Sinodo, cominciando dai Consigli Pastorali e la formazione rivolta a tutto il Popolo di Dio, il primo corso si è già fatto. Anche noi sacerdoti siamo chiamati a prendere in seria considerazione la nostra formazione. Vorrei pertanto soffermarmi sulla formazione già in atto, la così detta “formazione permanente”. Il verbo al presente: lo Spirito del Signore è su di me, coglie un aspetto fondamentale della nostra formazione: la presenza costante dello Spirito che forma il nostro essere incessantemente. Si può dire che la formazione permanente si chiama così perché è data dalla azione permanente dello Spirito in noi, come del resto in ogni battezzato. Per noi mira, però, a conformarci a Cristo Buon Pastore.

Quando parliamo di FP pensiamo ai corsi appositamente strutturati che si fanno in luoghi specifici, case per esercizi o il nostro seminario. Ma questa in realtà la potremmo chiamare formazione permanente ausiliaria, perché la formazione più incisiva per noi è quella ordinaria che avviene ogni giorno nell’esercizio del ministero. Essa si compie in ogni momento e contesto di vita, in ogni età, nelle circostanze felici come negli insuccessi di vario genere, nella salute e nella malattia, nei momenti di forza e nella debolezza di una crisi, perché tutto può essere trasformato dallo Spirito Santo, che è su di noi, in occasione formativa, quando incontra la nostra collaborazione e la nostra attenzione.

La condizione interiore per vivere la formazione permanente ordinaria è la docibilità, distinta dalla docilità, più passiva, in quanto accentua la partecipazione consapevole e attiva, e si raffigura nell’atteggiamento del discepolo pronto ad imparare ascoltando il suo Maestro che gli parla nella realtà vissuta quotidianamente. Docibilità è l’attitudine a imparare dalla vita, dagli eventi di ogni giorno, dalle persone che il Signore ci fa incontrare. Non esistono momenti neutri o insignificanti privi di valenza formativa per il discepolo che sa riconoscere la voce del Maestro in ogni situazione. Egli infatti desidera fare la sua volontà. Per lui la formazione ordinaria si compie, perciò, laddove è chiamato a vivere la propria storia e compiere la sua missione ovunque sia mandato, fiducioso che Dio non gli farà mancare mai niente per la sua crescita interiore.

Nella formazione permanente ordinaria, ogni relazione con qualsiasi persona può diventare luogo e opportunità di crescita anche quando l’incontro rappresenta una sfida o una provocazione, un rimprovero o una contestazione a partire dalla gente cui il presbitero è inviato. Il criterio discriminante che rende una relazione luogo e momento formativo in tal senso non è costituito dalla qualità della persona in questione o dalla sua santità di vita, ma dalla sua presenza sul mio cammino, per cui c’è una ragione che Dio sa. Per mantenere questa profondità la FP ordinaria ha bisogno della FP ausiliaria, degli incontri formativi programmati e soprattutto della fraternità presbiterale che tali incontri favoriscono perché ci fanno stare insieme. Non si può immaginare una formazione in solitario, abbiamo bisogno gli uni degli altri, altrimenti si rischia la stagnazione, rimanendo fermi senza acquisire più nulla di nuovo.

Se la formazione del presbitero consiste nell’avere gli stessi sentimenti di Cristo, evidentemente è prima di tutto una formazione affettiva, è formazione del cuore. Questo implica una maturità affettiva che nella vita del sacerdote si fonda su due certezze fondamentali: la certezza di essere già amato da sempre e per sempre, e la certezza di poter amare per sempre. Da queste due certezze nasce la libertà affettiva, la libertà di dare amore senza aspettare il ricambio, o di amare chi si presenta come non amabile. È l’amore il motore della formazione permanente: chi si somiglia si piglia, dicevano i nostri nonni, per dire che l’amore rende simili, la conformazione a Cristo avviene perché lo si ama sopra ogni cosa. Il fondamento di una personalità sana e forte, autonoma e aperta all’altro, capace di tenerezza e tenace nelle difficoltà è la libertà affettiva acquisita mediante l’amore assoluto a Cristo Signore, per noi sostenuto meravigliosamente dal dono del celibato ricevuto dalla bontà di Dio per la nostra maggior gioia e affidato alla nostra responsabilità.

Se tutti i credenti in Cristo sono chiamati a identificarsi coi sentimenti di Cristo, c’è un sentimento che dice in modo del tutto particolare l’identità presbiterale, e che egli è chiamato a rivivere nella propria persona, quasi come il punto d’arrivo di tutto il percorso formativo: è il sentimento divino e pure così umano della compassione. Sentimento che più d’ogni altro attributo dice il Dio dei cristiani svelandone il cuore; sentimento che è al centro di tutta la storia della salvezza e che ha spinto il Figlio a incarnarsi, per svelare all’uomo la compassione del Padre nei confronti dell’umanità, e che lo ha portato a soffrire (cum-pati) con la creatura e per la creatura. 

“Lì, in quella capacità di compassione, non solo è misteriosamente nascosta l’identità del ministro ordinato, ma lì si compie in modo pieno e completo quell’itinerario d’identificazione coi sentimenti di Cristo. Da lì, dunque, viene ancor più la stima di sé, poiché ospitare nel proprio cuore il dolore di un altro è la più alta espressione di libertà e dignità dell’essere umano, e assieme è anche il più alto messaggio di stima nei confronti dell’altro. Nessuno, infatti, è così libero nel cuore come chi soffre con l’altro, esattamente come nessuno si sente così tanto amabile come chi si sente accolto con il suo dolore nel cuore d’un altro” (Cencini).

Queste poche riflessioni sulla nostra formazione in atto, ci facciano aspirare a prenderci seriamente cura di questo aspetto fondamentale del nostro essere presbiteri, fino a considerarlo una priorità assoluta fra le tante cose che ci impegnano. Come i fedeli laici anche noi abbiamo bisogno di formazione continua per godere al meglio la gioia di servire il Signore.



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