19 Maggio 2025 in Omelie del Vescovo

Bicentenario dalla nascita della Beata Maria Teresa Scrilli

Beata Madre Maria Teresa Scrilli (1825-1889) Fondatrice dell’Istituto di Nostra Signora del Carmelo.

Celebrazione eucaristica nel bicentenario della nascita, Collegiata di S. Lorenzo a Montevarchi, 18 maggio 2025.

“Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”. La Parola del Vangelo di questa V domenica di Pasqua, ci istruisce su cosa consista la vita dei discepoli di Gesù: conoscendo nella fede il Suo amore, essi, con l’aiuto della grazia, fanno morire il loro ego per essere trasformati dall’amore fino a diventargli simili. È il percorso che prende il via dal battesimo, vocazione alla santità per tutti. In questo giorno ci è dato di seguire tale percorso nella persona della Beata Madre Maria Teresa Scrilli, vissuta in questa nostra terra, sulla quale modo eccelso si è manifestata nella carne di una nostra sorella tale grazia di Dio, per l’eroismo del suo sì a quella chiamata.

Al momento della sua morte, il 14 novembre 1989, l’Istituto di Nostra Signora del Carmelo da lei fondato contava due suore e una novizia, con Madre Maria Mosca, che le succede, si arriva ad aprire 40 case nel mondo.

Dunque, quale realmente è l’opera della Beata Maria Teresa Scrilli e ciò per cui soprattutto va ricordata?  Ripercorriamo le tappe fondamentali del suo percorso di santità seguendo la sua autobiografia.

Fu battezzata in questa collegiata, nel 1825 a poche ore dalla nascita, quando la rivoluzione industriale stava trasformando profondamente un paese agricolo e commerciale come era allora Montevarchi.

Nella sua infanzia possiamo individuare alcuni tratti della sua indole su cui si innesterà la sua santità.

Visse il rifiuto della madre, che voleva un maschio dopo la prima femmina, come una spina dolorosissima. Desiderava essere amata ma non ha mai odiato la madre.

Non sopportava dire bugie, “una persona che non ama la verità- dirà poi -non vale nulla”

A 10 anni legge la vita di S. Maria Maddalena De Pazzi, il cui motto pati non mori formerà la spiritualità della nostra Beata, comincia le mortificazioni “afflittive” ( per es. i digiuni), prende gran cura di dire le orazioni con molto raccoglimento e scopre di avere un feeling speciale (un “diletto amoroso”) con la Beata Vergine Maria che elegge a sua mamma.

A 11 anni riceve la prima Comunione. Nell’autobiografia annota un particolare che ci permette di conoscere un tratto fondamentale della sua spiritualità: nel prendere posto in chiesa per la celebrazione sente il desiderio di essere collocata accanto alla croce ma, scrive, “persuasi me stessa di essere messa in altro luogo meno distinto temendo di peccare di vanità”. Riconoscere il rischio della vanità nelle cose spirituali sarà una colonna portante della sua ascesi interiore. Col catechismo impara a meditare la Passione di Cristo durante la Messa e comincia a conoscere “il dovere di patire”, altro fondamento della sua spiritualità, come vedremo. Fin da piccola sente molta compassione per i poveri: “non so cosa avrei fatto per sollevarli dal loro peso”.

Dopo la Prima Comunione il Signore comincia a formarla a colpi di scarpello, frantumando il suo vecchio “io”. A 12 anni cade in una profonda sofferenza spirituale che “non sa come quella piccola età fosse capace di tanta pena”. È convinta di essere disprezzata da Dio. Tale pena dura un anno e ne esce spossata anche fisicamente (non riesce a salire le scale dalla debolezza), prega molto la Madonna e Colui che chiama “il sacramentato mio bene” (il Signore nell’Eucarestia).

Dopo questa esperienza annota: “non conoscevo appieno il pregio del patire ma solo il dovere di sopportarlo per non offendere Dio”.

A 15 anni si presentano nuovi malanni, patisce forti convulsioni e dolore al cuore. Pregando davanti a una immagine di Maria SS sente di soffrire per amore di Lei. La Madonna gli ispira amore e comincia a farle dolce il patire. Così si dispose “a soffrire qualunque pena e martirio” meditando la Passione del Signore.

A 16 anni rimane immobilizzata nel letto per 17 mesi: non si può muovere a causa dei dolori fortissimi, non può sentire rumori, non può sentire odori, non può vedere la luce, non può deglutire il cibo, diventa magrissima. Pur sudando abbondantemente le cambiano le lenzuola solo una volta al mese perché bisogna sollevarla con un lenzuolo tenuto da sei persone, ogni movimento le dà dolore. Riceve l’unzione degli infermi.

Scrive: “non mi dava pena il morire anzi mi contristava il pensiero di recuperare la salute e la vita” mentre il pensiero della morte le dava gioia, “mi sembrava che col morire acquistassi la vera vita”.

Sta tre settimane immobile come morta, si capisce che è viva  solo da un lieve respiro,  benché rimanga cosciente e senta i dolori nel corpo.

“Soffrivo con somma calma – scrive – anzi con gioia spirituale per via della presenza continua di Dio”. Dice a Dio: “col sentire te ogni amarezza si fa dolce ed ogni peso leggero”. Intanto in casa preparano il suo funerale.

Di quel momento scrive: “Troppo avevo appreso ad amare il patire”. Guardava continuamente il crocifisso e gli mandava baci. Quando il sacerdote gli domanda se si era stancata della malattia “per non dire quanto io mi godessi nel riposarmi nel volere del mio Dio mi tacqui e risposi solo col sorriso”. Il non attaccamento alla vita dimostra quanto abbia già abbandonato il suo io. A un certo punto sente però che deve guarire e ciò avverrà per intercessione di san Fiorenzo, giovinetto martire a 14 anni nel III secolo.

Guarisce con suo dispiacere, dice “O mio Dio quanto mi è grave lo starmi qua dove non trovo riposo”

Da questo momento comincia a guardare all’entrata in monastero come un mezzo per unirsi di più a Dio, è presa da un desiderio fortissimo di saziarsi di Dio che la rende “famelica”. Trascorre un periodo di profonda preghiera piena di dolcezze “dappertutto io ritrovavo il mio Dio e tutto a Lui mi portava…Come si fa a non faticare per trovare la fonte viva di Dio alimento dell’amore?”

Qui giungiamo alla maturità della sua spiritualità e la possiamo cogliere più chiaramente nella sua autobiografia:

“Il sentimento della divina presenza mi era diventato continuo…era una unione dolcissima, non mi rassegnavo alla cessazione di essa se non persuasa di lasciare Dio per Dio, cioè lasciare Dio nella contemplazione della Maddalena per ritrovarlo nei propri doveri delle cure di Marta la quale se avesse mantenuto il lavoro nel giusto posto non sarebbe stata corretta dal Signore”. Il quale, in realtà, “gode che lasciamo di godere di Lui per faticare per Lui. In questo è buona guida l’amor puro di Dio: quanto è facile l’andarvi misto l’amore a noi, amor proprio, cioè amore alla nostra soddisfazione che sebbene sia spirituale non è buona perché vogliamo essere devoti e spirituali a modo nostro”.

“Mai ho cercato le consolazioni di Dio ma il Dio delle consolazioni. Mai mi turbai per l’assenza di Dio, né mi compiacqui della sua presenza”, come dire: Dio faccia quello che vuole io lo amo comunque.

Entra nel monastero di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi a Firenze ma vi sta pochi mesi proprio a causa di questa sua particolare spiritualità. “Quando pregavo per ottenere di entrare in quelle sacre mura del monastero sentivo una voce interna che mi diceva che non sarebbe stato. Conoscevo che non era compiacerlo del tutto servirlo in un posto mentre mi chiamava ad un altro”.

“La tempesta al mio spirito di giorno in giorno infuriò. Tutto nel monastero mi piaceva, come mai, domandavo a Dio, non ho pace? Dovrò uscir di qui e ritornare dove ti vedo tanto offeso (cioè nel mondo)?” Comunque “Il mondo dà poca noia a chi si è dato a Dio senza riserva”.

Finalmente nella preghiera giunge alla certezza di dover tornare nel mondo sebbene con molta pena per lei. Da notare che ella pregava non con l’ansia di sapere cosa dovesse fare, ma la sua preghiera consisteva piuttosto nel contemplare semplicemente l’amore di Dio e lasciarsi portare da Lui. Così le arrivano, senza averle cercate, le illuminazioni “per cui senza procurarli né prevederli venivano certi lumi e conoscenze che fugavano tutti i dubbi”.

Diventa certa della volontà di Dio di tornare nel mondo col solo scopo di togliere fanciulle da esso per farle spose a Dio, “ma come potesse avvenire non lo sapevo. Certamente dovevo condurre anime a Dio”.

“Oh te civilizzazione a noi funesta se a poco a poco spengi nel cuore dell’uomo la Religione! O sposo! Chi ti seguirà là in mezzo al gran mondo? Dove il Signore non ha da poggiare il capo perché si vedono dappertutto sterpi e spine che sono le vanità e temo che anche ciò che sembra virtù in realtà non sia vera e soda pietà. Guardiamoci dagli inganni dell’amor proprio!”

Dunque l’opera per cui è famosa, la fondazione dell’Istituto, in realtà è il frutto di una lunga gestazione spirituale. Forse è proprio questa, la gestazione spirituale, la sua opera principale. Di certo è il messaggio più forte della sua santità: in un’era in cui cresceranno a dismisura l’individualismo, il narcisismo e l’autoreferenzialità, minacciando di infettare anche i religiosi, la testimonianza dell’amore puro di Dio diventa un messaggio attualissimo che, peraltro, descrive bene l’ordine dei valori: è dall’amore puro di Dio che si genera il corretto amore del prossimo, fecondo di bene alla persona.

“Sempre si attenda al bene di quelle creature da Dio date a coltivare e mai alla soddisfazione propria” ammaestrava la Beata, che nel suo progetto formativo traduce meravigliosamente la tenerezza dell’amore di Dio nella relazione da tenere con le scolare.

“Le figlie di Maria Teresa Scrilli – scrive don Andreini nel suo libro Nel crogiuolo dello Spirito – non diverranno vere educatrici finché non avranno vinto in sé stesse quel narcisismo che rende sterile ogni impegno di dedizione al prossimo”. (p 133).



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