Omelia per la S. Messa in suffragio di Papa Francesco
“Sì, la risurrezione di Gesù è il fondamento della speranza: a partire da questo avvenimento, sperare non è più un’illusione…la speranza non delude!…Quanti sperano in Dio si mettono in cammino: insieme con Gesù risorto diventano pellegrini di speranza, testimoni della vittoria dell’Amore, della potenza disarmata della vita”.
Con queste parole ci ha salutato Papa Francesco, nel messaggio urbi et orbi di domenica, vigilia del suo passaggio da questo mondo a Dio. Il Papa della Evangelii Gaudium ci ha lasciati nell’ottava di Pasqua, il lunedì dell’angelo, l’angelo che porta la gioia del Vangelo alle donne nel sepolcro vuoto; il Papa che tra i vari titoli pontificali ha privilegiato quello di essere il vescovo di Roma, è morto nel giorno del così detto “compleanno” di Roma, il 21 aprile, in cui si festeggia la sua fondazione.
È il Signore Gesù che sceglie il suo Vicario in terra, perciò nel considerare ciò che è stato un papa lo si fa domandandoci cosa ci abbia voluto dire il Signore con questo suo Vicario.
Una fondamentale chiave di lettura del suo pontificato ce l’ha offerta lo stesso card. Bergoglio quando, prima di entrare in conclave, interrogato su quali fossero secondo lui i problemi principali della Chiesa e come bisognava affrontarli rispose citando Ap 3,20: “Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me,. spiegando che Gesù non sta bussando da fuori per entrare dentro ma da dentro la Chiesa che tiene le sue porte chiuse impedendogli di andare incontro all’umanità del nostro tempo.
Benedetto XVI l’anno prima aveva convocato il Sinodo su La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede (7-28 ottobre 2012), lamentandosi di non poter accettare “che il sale diventi insipido e la luce sia tenuta nascosta” (Porta fidei, 3) e invitava la Chiesa a vedere nella nuova evangelizzazione un’opportunità per “riscoprire la gioia di credere” e “ritrovare l’entusiasmo nel comunicare la fede”. Nelle 58 propositiones che i Padri sinodali consegnarono a Papa Benedetto troviamo già i temi sviluppati nel pontificato del suo successore: il primato dell’evangelizzazione, la cura del creato, il dialogo interreligioso…in particolare viene indicato il volto del povero come segno di autenticità della nuova evangelizzazione. Ma la rinuncia di Papa Benedetto giunse prima che fosse scritto il documento post sinodale. Appare chiaro che Papa Francesco è stato in certo modo “partorito” da Benedetto XVI, attraverso il suo personale e tremendo travaglio nell’ aver “ripetutamente esaminato” la sua coscienza per giungere alla “cognitionem certam” della necessità della sua scelta di lasciare. Un atto rivoluzionario che ha aperto a un pontificato rivoluzionario. Toccherà infatti a Papa Francesco il compito di concludere il Sinodo e scriverà la Evangelii Gaudium, esortazione apostolica programmatica del suo pontificato, in cui, con un linguaggio originalissimo e assolutamente nuovo, invita la Chiesa ad assumere un determinato stile evangelizzatore “in ogni attività che si realizzi” (EG 18). Il documento di Aparecida, da lui scritto nel 2007, ci svela quali erano i sentimenti allorché papa Francesco si apprestava a scrivere l’Evangelii Gaudium: “serve una Chiesa, vi si legge, in grado di fare compagnia, una Chiesa che accompagna mettendosi in cammino con la gente, una Chiesa capace di decifrare la notte contenuta nella fuga di tanti fratelli e sorelle da Gerusalemme (come i discepoli di Emmaus), una Chiesa che si renda conto di come le ragioni per le quali c’è gente che si allontana contengono già in sé stesse anche le ragioni per un possibile ritorno”. Parole che hanno destato qualche imbarazzo in una Chiesa preoccupata, giustamente, dell’ortodossia, rischiando però di dimenticare la necessità di comunicare la grazia per medicare e dare forza alla fragilità. D’altra parte Francesco è il primo Papa venuto dall’oltre oceano, che vede la Chiesa e il mondo con occhio non europeo, causando non poche incomprensioni.
Avevamo avuto modo d’ intuire l’impatto dirompente del nuovo Papa sulle nostre ossidate strutture mentali, semplicemente osservando la novità del suo comportamento: dal presentarsi sul loggione centrale di San Pietro senza la mozzetta la sera della sua elezione, al tornare a Santa Marta con la navetta insieme ai cardinali anziché sulla berlina d’ordinanza, al pronunciare in italiano anziché in latino la sua prima omelia da Papa nella cappella sistina il giorno dopo l’elezione, al salire sull’aereo per i suoi viaggi apostolici portando da sé la borsa con gli oggetti di prima necessità, e difronte allo stupore di un giornalista disse: “dobbiamo abituarci a essere normali.” Da notare che nessuno, nemmeno ai Tg nazionali, che quando chiamarono Giovanni Paolo II per cognome “Papa Wojtyla” furono criticati, lo chiama Sua Santità ma ormai per tutti è semplicemente Francesco. Normalità che ha dato fastidio a chi avvertiva questa sorta di desacralizzazione della figura del Sommo Pontefice come una diminuzione della sua importanza, mentre per lui era fondamentale la prossimità, il farsi vicino a tutti convinto della efficacia del vangelo che si comunica per attrazione. Uno dei suoi lasciti preziosi mi sembra proprio la sua solidissima fiducia nella forza del Vangelo: “Gesù Cristo, scrive nella Evangelii Gaudium, può anche rompere gli schemi noiosi nei quali pretendiamo di imprigionarlo e ci sorprende con la sua costante creatività divina” (EG 11). Tanta fiducia deriva del sapere che “in qualunque forma di evangelizzazione il primato è sempre di Dio, che ha voluto chiamarci a collaborare con Lui” (EG 12), per cui “un annuncio rinnovato offre ai credenti, anche ai tiepidi o non praticanti, una nuova gioia nella fede e una fecondità evangelizzatrice”. (EG 11). Per questo ci ammoniva a non diventare “persone risentite, scontente, senza vita, cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua”.
È stato il Papa del Popolo di Dio in cammino per le strade del mondo. La sera della sua elezione presentò subito la sua visione di Chiesa quando, chinandosi davanti alla folla nella piazza, chiese: “prima che io vi benedica pregate il Signore che mi benedica, facciamo questa preghiera di voi su di me!” Papa Francesco non intendeva sminuire il papato, voleva semmai evitare che il fulgore del papato sminuisse lo splendore del Popolo di Dio: quello doveva rifulgere sopra di esso, perché la luce sul candeliere (cf.: Mt 5,15) è il Popolo di Dio non il Papa.
Infine come i suoi predecessori, secondo una sorte di legge del contrappasso, Papa Francesco ha dovuto soffrire nella parte più specifica della propria indole, distintiva del proprio carisma: per Giovanni Paolo II era la sua straordinaria capacità di comunicare e lo ricordiamo affacciato alla finestra che si batte la mano sulla fronte perché non riesce a parlare a causa del parkinson; Benedetto XVI che ha insegnato la centralità del logos, inteso come Ragione creatrice ed Amore, ha dovuto soffrire lo scandalo della cosa più irrazionale ed assurda, la pedofilia del clero; Papa Francesco, il papa della Fratelli tutti, ha sofferto dell’incalzare delle guerre, asciugandosi i polmoni nell’invocare la pace che non ha potuto vedere. San Giovanni Paolo II con la sua potente carica evangelizzatrice ha risvegliato le fede nella Chiesa e nel mondo; Benedetto XVI ha predicato brillantemente il Logos-Amore (basti pensare alle due splendide encicliche Deus Caritas est e Caritas in veritate); Francesco con la Fratelli tutti, la decisa preferenza per i poveri e la sinodalità della Chiesa sostiene il nostro pellegrinaggio di speranza.
Così la Chiesa “continua il suo pellegrinaggio terreno fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio, annunziando la passione e la morte del Signore finché Egli venga”(LG 8)
