18 Aprile 2025 in Omelie del Vescovo

Omelia del Vescovo Stefano per la Messa crismale 2025

Ho trovato Davide, mio servo, con il mio santo olio l’ho consacrato;
la mia mano è il suo sostegno, il mio braccio è la sua forza
(dal Salmo responsoriale).

“Ho trovato Davide”: cosa vuol dire questa frase? Sappiamo infatti che fu il Signore a dire al profeta Samuele: ungilo è lui! (1Sam 16,12), quando si trovò di fronte il più piccolo della famiglia, avendo già scartato i suoi sette fratelli. Sembra strana l’espressione: ho trovato Davide, quasi si fosse trattato di un incontro casuale. L’iniziativa è chiaramente del Signore, è lui che lo ha scelto per farlo re, ma è pur vero che se Davide non avesse aderito con tutto sé stesso al Signore, vana sarebbe stata la sua consacrazione. “In ogni sua opera (Davide -dice sempre la Scrittura-) celebrò il Santo, l’Altissimo, con parole di lode, cantò inni a lui con tutto il cuore e amò colui che lo aveva creato” (Sir 47,8). La scelta è del Signore, ma l’adesione alla sua Parola è di Davide. La scelta di Dio non basta a fare un discepolo, ci vuole la buona volontà del discepolo perché la grazia divina possa lavorare in lui. “Samuele prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli e lo Spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi” (2Sam 16,13). Così ci è più chiaro il senso della frase: “ho trovato uno che aderisce alla mia volontà”, e con il mio santo olio l’ho consacrato.

Cosa dice a noi questa Parola, che aiuto ci offre in questo tempo in cui la Chiesa sta riflettendo su sé stessa nel cammino sinodale? Tra poco rinnoveremo le promesse sacerdotali nella consapevolezza di dover essere preti in un cambiamento ecclesiale, cambiamento a cui ci stiamo abituando gradualmente con la pratica della fraternità presbiterale nella condivisione di gruppo, per cui non ci fa paura.

Nei nostri incontri, aiutati anche dal metodo sinodale, abbiamo condiviso le nostre aspirazioni, le nostre considerazioni sullo stato attuale della Chiesa, con le sue bellezze e le sue criticità, abbiamo ricordato le sfide che ci interpellano: mettere al centro ala Parola di Dio nella nostra pastorale; accompagnare con pazienza alla partecipazione attiva alla Messa domenicale, che sta diventando sempre più in punto di arrivo anziché di partenza; un catechismo che sia per la vita, ancor prima che per i sacramenti; l’evangelizzazione degli adulti e delle famiglie; l’ascolto dei giovani per orientare il nostro annuncio; trovare nuovi modi di comunicare il vangelo; vincere la mentalità mondana ponendo la relazione con Dio sopra ogni altra relazione. Sono alcuni elementi dei tanti che abbiamo condiviso. So che non vi fa problema il loro numero e la loro complessità, perché lavorare non vi sgomenta. Abbiamo semmai più bisogno di comprendere bene il senso del nostro ministero e quale debba essere la sua forma, in questo complesso passaggio culturale. Sappiamo che le valutazioni della Chiesa su sé stessa sono orientate a capire cosa tenere e cosa cambiare o migliorare, per annunciare degnamente il vangelo, perché la motivazione di ogni riforma ecclesiale è sempre la missione. Ma di fronte alla mole di cose da fare vorrei proporvi una semplificazione, individuando una via piccola, riassuntiva e pratica, eppure feconda, per cui spendere le nostre migliori energie, certi di non sprecarle. Questa semplificazione coincide, di fatto, con una domanda, quella classica che sempre si fa quando abbiamo tanto lavoro da sbrigare: da dove si comincia? Quale è la prima cosa da fare?

Ecco, per mettere ordine e dare un senso al nostro lavoro, per non faticare invano, per realizzare gli obiettivi, vorrei dirvi: dedicatevi, prima di tutto, al segreto di Dio in voi. Si tratta di quando il Signore è venuto a trovarti e tu lo hai seguito. Quale dialogo è avvenuto fra voi? Quali parole, quale incontro, quale emozione, quali sguardi? Siete solo in due a saperlo: tu e il Signore. È il vostro segreto. Vi invito, cari sacerdoti, a tornare a quel segreto e a rimanere in esso, con la mente e con il cuore, in tutta calma. Dimenticate ciò che è venuto dopo, certamente tante cose belle, ma cercate di stare a quell’inizio, quando non avevate ancora fatto niente e vi siete affidati alla promessa di Dio, avete lasciato fare a Lui. L’evangelista Marco usa quell’espressione meravigliosa per descrivere il primo incontro col Signore. Fissatolo, lo amò (Mc 10,21). Quello è il momento in cui ancor prima che tu dicessi il tuo sì alla sua chiamata, Egli aveva già pronunciato il suo sì a te e alla tua vita, promettendo di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della tua vita. Lì, in quel segreto che tu solo sai, c’è la promessa che dura ancora, c’è la fedeltà di chi ti ha scelto, fedeltà che non vacilla, non esita, non ha ripensamenti, non ha stanchezze. Dice ancora il salmo: la mia mano è il suo sostegno, il mio braccio è la sua forza. Tornate, cari fratelli, a quel segreto e rimanetevi in pace, sarete rigenerati, sarete santificati. Sì, la prima cosa da fare, lo avete già capito, è essere santi. “Per i suoi fini pastorali di rinnovamento interno della Chiesa”, diceva già il Concilio (P.O. 12), i sacerdoti tendano alla “santità sempre maggiore”. Lo diciamo con molta umiltà, sapendo bene la nostra fragilità, ma, dice sempre il Concilio, “la debolezza dell’umana natura trova sostegno nella santità di lui” (ivi). I miei auguri per questa giornata sacerdotale, anniversario che ci accomuna tutti, essendo il giorno della istituzione del sacerdozio ministeriale, sono pertanto formulati con le parole dette da san Carlo Borromeo ai sacerdoti: “Tieni chiuso il focolare del tuo cuore, perché non si raffreddi e non perda calore… Rimani raccolto con Dio. Eserciti la cura d’anime? Non trascurare per questo la cura di te stesso, e non darti agli altri fino al punto che non rimanga nulla di te a te stesso. Devi avere certo presente il ricordo delle anime di cui sei pastore, ma non dimenticarti di te stesso…. Se così faremo avremo la forza per generare Cristo in noi e negli altri”. Amen.



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