Apertura diocesana Giubileo 2025
Omelia del Vescovo Stefano per l’apertura del Giubileo
Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore.
L’inizio di quest’anno giubilare nella nostra diocesi avviene all’insegna di questa immagine potente davanti alla quale ci ha posto la Parola del Vangelo appena proclamato: Maria donna dell’ascolto, ella custodiva tutte queste cose nel suo cuore, ascoltava cioè quello le accadeva intorno, perché nella realtà ci parla il Signore, nei fatti di ogni giorno. Incarnandosi, Dio ha assunto non solo la nostra natura umana ma anche la nostra storia e ci parla in essa. Siamo dunque chiamati a porci in ascolto della realtà, cogliendo i segnali di bene in questa trama misteriosa della Provvidenza divina, consapevoli di avere ciascuno un compito in questo giubileo, compito affidatoci dal Santo Padre Papa Francesco, una sfida affascinante e ardua: essere Pellegrini di speranza. Non da soli: la Speranza la si trova insieme, ognuno avendo la sua parte da fare per renderla viva, mentre l’inerzia priverebbe la comunità di un contributo importante rendendo la Speranza più debole.
È urgente la partecipazione di tutti. Come ravvivare la Speranza in questo nostro tempo e in questo nostro mondo? Ogni pellegrino prima di intraprendere il viaggio controlla nel proprio zaino se c’è il necessario per il suo cammino. Maria, nostra Madre, ci ricorda oggi la cosa indispensabile per questo pellegrinaggio di Speranza: l’ascolto, appunto. D’altra parte il giubileo deriva il suo nome dal corno di ariete (jobel) il cui suono faceva iniziare l’anno santo, come dice la Scrittura: farete echeggiare il corno per tutta la terra (Lev 25,9). Vi invito pertanto cari fratelli e sorelle qui riuniti, a intercettare questo prolungato suono che percorre (echeggia) tutta la terra: è un suono messaggero di quanto sgorga dal cuore di Dio, dei suoi sentimenti nei nostri confronti. Io ho progetti di pace e non di sventura, dice il Signore, per concedervi un futuro pieno di speranza (Ger 29,11). Dio non si stanca di guardare con misericordia questa umanità per la quale ha dato come Redentore il figlio suo Gesù, nostra sicura Speranza. Lo jobel è anche il sussurro di Dio che tutti possiamo ascoltare nel profondo della nostra coscienza, sono le intuizioni del bene che possiamo fare nelle circostanze della vita quotidiana, intuizioni che la voce di Dio non fa mai mancare a nessuno, benché talvolta le dimentichiamo a causa delle distrazioni e delle preoccupazioni della vita. Nell’intimo della coscienza l’uomo sente una voce, che lo chiama sempre ad amare, a fare il bene e a fuggire il male, e che al momento opportuno risuona nell’intimità del cuore: fa questo, evita quest’altro. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità: ascoltare e obbedire a questa voce è la dignità stessa dell’uomo. (Cf.: GS 16).

Il crocifisso, che ha guidato il nostro piccolo pellegrinaggio all’inizio di questa celebrazione, adesso è posto in vista sulla balaustra per essere guida sicura verso la Speranza. Egli sta lì a ricordarci che niente può separarci dall’amore più grande di tutti, più grande dell’odio e della morte, più grande di ogni ostacolo che incontriamo sul nostro cammino. Un amore che continuamente si manifesta in tanti miracoli di amore, precede, ispirandoli, ogni nostro pensiero e ogni nostra azione nelle varie occupazioni della vita, da quelle con maggiori responsabilità verso la comunità civile ed ecclesiale a quelle della famiglia, del lavoro, del dover portare il peso dell’età, della malattia e della solitudine. L’amore di Cristo ci spinge in mille modi, non a caso lo Jobel veniva suonato nel giorno dell’espiazione, dedicato al perdono dei peccati, per educarci a riconoscere la potenza del sangue di Cristo nello sconfiggere il male.
L’ascolto della realtà significa anche essere capaci di accorgerci “del tanto bene che è presente nel mondo per non cadere nella tentazione di ritenerci sopraffatti dal male e dalla violenza” (Spes non confundit 7), ma rispondendo a questa tentazione con uno slancio maggiore nel dare vita a segni di Speranza.
Pertanto questo jobel, proprio perché è la voce di Dio nel cuore dell’uomo, è anche la voce del nostro prossimo che deve essere ascoltata.
Permettete che prenda due eventi di questi ultimi giorni, idonei, per la loro carica simbolica, a fungere come suono fortissimo di uno jobel capace di tenerci ben desti e pronti all’ascolto degli altri.
Jacinta, bambina di 11 anni della Sierra Leone era aggrappata chissà da quante ore in un notte di dicembre, il 10 per l’esattezza, a due camere d’aria di un giubbotto di salvataggio, nell’acqua gelida con un vento a 23 nodi che sollevava onde di tre metri. Jacinta era sola nel mare buio e freddo alle tre di notte. E gridava. Sua unica speranza: qualcuno che ascoltasse il suo grido. I soccorritori della ong tedesca che l’hanno salvata si sono molto stupiti di due cose. La prima: di aver sentito il suo grido nonostante il rumore dei motori della nave, il furore della tempesta e l’ora notturna in cui quasi tutto l’equipaggio stava dormendo. La seconda: di averla individuata quando sono scesi col gommone tra le onde e il buio, che era come cercare un ago in un pagliaio, ma non hanno smesso di ascoltare le sue grida che li ha condotti a lei. Si sono accorti di questo corpicino perduto nel grande mare nero perché sono abituati ad ascoltare nella notte, in tanti anni di salvataggio dei naufraghi. Una moderna parabola per noi che non ha bisogno di spiegazioni. L’ascolto ha salvato Jacinta ma salva anche noi dal nostro egoismo.

L’altra è Sila, figlia di sfollati della Striscia di Gaza, nata all’inizio di dicembre nel campo profughi presso Khan Yunis. La notte di Natale Sila non riusciva a scaldarsi, la temperatura era scesa a meno 9 gradi, la tenda di nylon lasciava passare il gelo, il papà la copriva con una coperta ma lei non smetteva di tremare, la mamma ha tentato di scaldarla col proprio corpo ma, ha detto, “se avessi avuto un maglione in più ce l’avrei fatta ma la mia pelle era gelata”. “Si è svegliata tre volte piangendo” ha detto il padre “poi ha smesso”. Sila è morta prima di compiere il suo mese di vita e non è l’unica neonata ad essere morta di freddo per Natale.
Questo jobel sconvolgente ci tenga desti, ci motivi a mettere le nostre energie per un mondo più giusto, dove i bambini non debbano essere i primi a pagare l’iniquità dei grandi. Lo jobel ci faccia più attenti agli altri, più pronti ad aiutarci, svegli nella notte della violenza e della mancanza di amore, capaci di ascoltare il dolore dell’altro, non solo a Gaza, ma nel nostro prossimo più vicino, a cominciare dalla nostra famiglia, dal vicinato, dal nucleo urbano dove abitiamo, per fare ciascuno la propria parte in qualsiasi modo possibile, con particolare occhio alla povertà, alla solitudine, alla disoccupazione. L’ascolto sia il nostro habitus quotidiano, sorretto dalla pazienza, nel senso di patiens, per aprire il cuore al dolore dell’altro, per venire incontro ad ogni indigenza, materiale e morale ed essere non solo pellegrini ma seminatori di Speranza in tanti cuori vacillanti, e continuare così a costruire, tenacemente, un mondo migliore. Il Signore sosterrà la nostra buona volontà. La Beata Vergine Maria, donna dell’ascolto, ci guida. Amen.
