Da questo tutti conosceranno che siamo suoi discepoli

teo20 8Conclusa con la testimonianza del card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, la tre giorni teologica diocesana

Il colpo d’occhio era davvero commovente: il piazzale dell’Oratorio Don Bosco a Figline gremito di persone in attento ascolto della testimonianza del card. Matteo Zuppi. La quale non è stata altro che il far risuonare un’unica, semplice domanda: che aspettiamo a iniziare ad amare? Tutti riconosceranno i discepoli di Gesù da questo: se avranno amore gli uni per gli altri. E, appunto: noi ci amiamo?

In fondo, ha sottolineato, la pandemia in corso, la drastica potatura che essa ha prodotto e continuerà a produrre nelle nostre vite, non ha fatto altro che rivelare chi siamo e che, in effetti, siamo ancora lontani dal volerci davvero bene tra noi. Quanto abbiamo bisogno – ha continuato – che anche tra comunità, tra parrocchie, tra Chiese vicine ci sia vera fraternità, capacità di incoraggiarsi, confrontarsi, lavorare insieme… Non dobbiamo nascondercelo, ha insistito: facciamo fatica a lavorare insieme, ancora siamo segnati da campanilismi e separazioni. Continuiamo a ragionare in modo vecchio e rigido e la pandemia è davvero il tempo propizio per accorgercene e iniziare a cambiare, proprio come esortava Gesù quando invitava, davanti a fenomeni grandi della natura, non a richiudersi, ma ad alzare lo sguardo «perché la vostra liberazione è vicina» (Lc 21,28). 

teo20 9In effetti, se quando papa Francesco parlava, fin dai primi passi del suo pontificato, del mondo come ospedale da campo, forse non ne eravamo del tutto convinti. Ecco, proprio la pandemia ha rivelato che le cose stanno proprio così: che non è vero che le difficoltà sono per gli altri, mentre noi stiamo bene, che non è vero che tutto si può risolvere attraverso organizzazioni deputate a questo. No: il mondo intero è un ospedale da campo e tutti siamo chiamati a prenderci cura gli uni degli altri. A uscire da noi stessi. Scoprendo, appunto, che, quando la Chiesa si chiude in sé stessa, il suo organismo si ammala e ci scopriamo a giudicare e condannare, a puntare il dito e a umiliare.

«Da questo tutti conosceranno che siamo suoi discepoli»: forse – ha insistito il Cardinale – non siamo davvero convinti di questa parola di Gesù, la quale è tanto più provocatoria perché afferma che tutti saranno raggiunti dalla nostra testimonianza. Soprattutto, siamo spesso troppo preoccupati di verificare immediatamente la ricaduta del nostro annuncio. Siamo tentati di fare subito il tampone a chi ci ha ascoltato e misurare la temperatura di fede dei nostri destinatari: e, invece, il vangelo ci insegna a seminare con larghezza e disinteresse, senza proselitismo – vale a dire senza la preoccupazione di ingrandire le nostre fila, di avere vantaggi per noi –. Con una precisazione preziosa: aprirsi significa cambiare profondamente: anche il nostro volto, le nostre espressioni, smettere di essere – come papa Francesco continuamente ripete – cristiani da Quaresima senza Pasqua, smettere l’abito delle mummie e vestire l’abito della gioia. 

È tempo di farci vicini. Il Cardinale ha portato l’esempio di un’assemblea parrocchiale alla fine della quale un uomo si è alzato e ha fatto notare che le parole dette erano state belle, ma nessuno dei presenti era stato vicino alla sua famiglia, segnata dalla presenza di un disabile. Un sonoro rimprovero e una sfida: che alla prossima assemblea quell’uomo possa dire finalmente “non c’è stato un giorno in cui non ci siete stati vicini”! Accade questo nelle nostre comunità? C’è davvero questa prossimità? E dove le famiglie potrebbero imparare ad amarsi se non dall’esempio della comunità cristiana? È una responsabilità seria e urgente, molto semplice e concreta.

teo20 10L’ultima parola il card. Zuppi l’ha infine dedicata ai poveri. Chi sono i poveri per noi, si è chiesto: destinatari di servizi, oggetti di cura? In realtà, essi sono molto di più e altro che non questo: i poveri sono i nostri fratelli, le nostre sorelle minori. Guai ad avere atteggiamenti sbrigativi, supponenti, giudicanti. Le nostre Caritas non sono e non devono essere centri di servizio, ma famiglie dove ci si prende cura dei fratelli più piccoli. È soprattutto qui che si misura la qualità del nostro cristianesimo: dall’amore che avremo proprio per questi ultimi, questi poveri che hanno bisogno di aiuto e non di giudizi e di umiliazione. E ha concluso, rispondendo a una domanda che ha rievocato il santo del giorno, il papa san Gregorio Magno, ricordando che la Chiesa è chiamata prima di tutto e soprattutto ad ascoltare, non a parlare sopra, non a dare continuamente lezioni, ma ad accogliere, fare spazio, imparare a riconoscere la voce di Dio che parla nel mondo e nelle persone che cercano proprio questo nostro ascolto. È solo ascoltando che potremo scoprire la ricchezza di bene diffusa in tanti cuori oggi chiusi. E la pandemia, paradossalmente, ci sta mettendo nelle migliori condizioni per questo ascolto, perché sta facendo vivere a tutti la stessa, identica esperienza, ci ha collocati tutti sulla stessa barca, ci ha fatto scoprire che non ci sono situazioni più sicure di altri. Sì, siamo tutti sorelle e fratelli di tutti, tutti legati, tutti uno. È tempo che lo scopriamo e lo viviamo davvero!

don Alessandro Andreini

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