La parte buona che non sarà tolta

teo20 5La seconda mattinata della tre giorni teologica a Figline con Rosanna Virgili

Un augurio: la vita davanti! È da una canzone di Enrico Ruggeri che Rosanna Virgili ha iniziato la meditazione che ha caratterizzato la seconda delle tre giornate di riflessione teologica a Figline Valdarno, mercoledì scorso 2 settembre. Nonostante tutte le difficoltà e i rischi che stiamo vivendo, registriamo in noi e intorno a noi il desiderio di ripartire e di ritrovare le vie della vita e della gioia. E un simbolo: il frutto di questo mese di settembre, il fico, che raccoglie in sé un augurio di dolcezza ma rappresenta anche l’eredità del sole estivo da consegnare all’inverno.

Il fico è molto presente nella Scrittura – ha proseguito la relatrice, ormai ben conosciuta dalla nostra comunità ecclesiale, per essere venuta spesso ad aiutarci nell’incontro con la parola di Dio –, particolarmente nei vangeli, dove è scelto da Gesù per rappresentare il popolo chiamato a portare frutto. Si tratta, in effetti, di un simbolo meno conosciuto, rispetto, per esempio, ad altri simboli naturali come l’olio e il vino. Così, colpisce che Gesù noti il fico nella vigna e se ne prenda interessi, costruendoci intorno una parabola – del padrone e del contadino che si confrontano sul fico sterile (cfr. Lc 13,6-9) – che ci regala una prima parola decisiva: cura. La vita ne ha bisogno per fiorire, così come il cuore ha bisogno di alimentarsi di gioia e di dolcezza. 

Rimanendo intorno al simbolo del fico, Rosanna Virgili si è poi soffermata sulla visione di Geremia 24, in cui il profeta vede presso il tempio due cesti di fichi: buoni da un lato, cattivi dall’altro. Per cogliere il messaggio, occorre capire più da vicino il senso della profezia biblica che non è un’apparizione che presuppone una mente passiva, ma un incontro tra il dono di Dio e la sapienza umana: il profeta riceve il dono, ma non può accoglierlo se non facendo ricorso a tutte le sue qualità umane e spirituali. La profezia è, dunque, un impegno: c’è un dono, ma occorre una cura, un impegno. Ed è un compito di tutti noi. 

teo20 6Attenzione a non dimenticare, ha continuato Rosanna Virgili, che la Bibbia non ci offre solo un contenuto, ma anche e forse soprattutto un metodo. È il caso della pagina di Geremia. Dio gli pone una domanda: che cosa vedi? E Geremia risponde dando un giudizio sui fichi: i buoni sono molto buoni, i cattivi molto cattivi. Nella profezia bisogna avere il coraggio e la libertà di dare dei giudizi: di fatto, il vero nemico della profezia è la mediocrità, la paura di chiamare le cose con il loro nome, di giudicare ciò che è buono e prendere atto di quello che è cattivo e che non si può salvare. La visione di Geremia era l’annuncio della caduta di Gerusalemme e della devastazione che ne sarebbe seguita: tale sarà la fame da spingere le mamme a mangiare addirittura i propri figli. Con una particolarità sorprendente: la parte buona del popolo sarà quella che verrà deportata, non quella che verrà lasciata, a differenza di quello che avremmo potuto pensare. Sono i deportati che torneranno e faranno nascere un nuovo popolo e ricostruiranno un nuovo tempio… Ed è un resto fatto di persone che soffrono, di puerpere: ne ricaviamo una terza parola, dolore, ovvero l’invito a “non sprecare il dolore”, a fare tesoro del dolore. È l’invito del filosofo Luciano Floridi, il primo ad aver riflettuto sulla sfida di vivere nell’infosfera, che indica nella pandemia un “segno dei tempi”: bisogna partire e il blocco che stiamo vivendo è l’occasione di cominciare a desiderare la partenza, un blocco che è anche e soprattutto una porta, uno start gate. È la storia a dirci, continua, che solo davanti a grandi disastri si realizza una svolta profonda: grande dolore, certo, ma che dà una lezione preziosa. In fondo, non è altro che la logica della croce, colta come maledizione e definitivo fallimento, ma che si rivela come una vera porta per il futuro. 

Come fare a non banalizzare il dolore, si è poi chiesta Virgili: il vero rischio sarebbe quella di pretendere di tornare a come eravamo prima. Il vero rischio è il “ri” e il “re”, ritornare, restaurare, recuperare, riorganizzare, ristrutturare, riconfigurare… Come suggeriscono Giaccardi e Magatti, c’è sì un tramonto “superficiale” della Chiesa, ma se pensiamo che la Chiesa è composta anche di vastissimi territori inesplorati, possiamo accogliere questa situazione come invito a muoverci verso questi spazi nuovi. Occorre avere il coraggio di metterci in cammino verso il futuro. Di fatto, tornare indietro è impossibile, e questo è il dato chiarissimo sia dell’ermeneutica storica che della Bibbia. In ebraico, tornare si dice shuv, in greco lo si è tradotto con metanoia, parola che dice chiaramente un andare oltre e che interpreta nel modo più corretto il senso biblico del termine shuv. La prima volta che esso compare, infatti, quando Mosè chiede a Dio di allontanarsi dall’idea di distruggere il popolo infedele, si sta parlando di un andare avanti, di prendere una precisa direzione: andare avanti, in direzioni inesplorate… 

È in questo mondo inesplorato che occorre avventurarci e la pandemia, in fondo, non ha fatto altro che spingerci con decisione in questa direzione: nonostante tutto, anzi grazie a tutto questo, ci siamo incontrati a un livello più profondo ed esistenziale. E questo ci è stato permesso grazie all’infosfera: in un certo senso, l’online ci ha permesso di attraversare le mura delle case chiuse, un po’ come fece Gesù entrando nel cenacolo a porte chiuse, entrando nei cuori chiusi dei suoi amici che erano perfino pronti a rinunciare a lui per la paura dei giudei. 

Lo ha suggerito anche Pierangelo Sequeri commentando su «Avvenire» il momento di preghiera presieduto da papa Francesco in una teo20 7piazza S. Pietro vuota e battuta dalla pioggia: i cristiani non possono avere paura del vuoto che è davvero kenosis, vuoto che raggiunge tutti perché è aperto a tutti. È il messaggio che ci raggiunge anche nell’episodio di Marta e Maria. Marta non fa altro che quello che sanno fare gli ebrei: servire. Maria sta ai piedi di Gesù, piedi di chi ha camminato, e sta lì a origliare il futuro del mondo e della Chiesa… Maria è colei che ungerà Gesù alla vigilia della passione: ungere colui che sarà il messia senza ancora saperlo in tutta la verità di quello che sarebbe accaduto!

In sintesi, ha concluso Rosanna Virgili, occorre dire quello che siamo, fare un discorso ecologico, accogliente: se siamo una Chiesa stanca e sfilacciata è perché ancora siamo attaccati a ciò che conserva. Occorre, piuttosto, abbracciare il futuro che significa camminare sulle acque, andare verso qualcosa che non conosciamo. Occorre la libertà della fecondità, avere il coraggio di essere destabilizzati, approfittare del dolore. 

La parte buona è la fede in cui nessuno si salva da solo, fede di chi non pensa di salvarsi da solo: in fondo, il vero problema della Chiesa è la fraternità, la comunione… La parte buona è la speranza, la visione della trascendenza nelle cose del mondo: è questo anche il nostro debito nei confronti dei nostri contemporanei, il nostro compito: se c’è una cosa che la Chiesa può donare al mondo è la speranza, l’arte di cogliere la trascendenza nelle cose del mondo. Sì, il mondo non è solo, Dio è il suo alleato.

don Alessandro Andreini

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