Gente di poca fede e di incerta religione

teo20 3Mons. Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara, ha aperto la tre giorni teologica diocesana a Figline Valdarno.

Gente, poca fede, incerta religione: sono questi i tre poli della relazione che mons. Franco Giulio Brambilla ha offerto martedì scorso 1 settembre, a una folta assemblea di persone, presbiteri, religiose e religiosi laiche e laici, tutti coloro che la Collegiata di Figline ha potuto accogliere secondo le regole dell’emergenza in corso.

Dopo la preghiera, il nostro vescovo Mario ha salutato e ringraziato il relatore, sottolineando la bellezza di questa numerosa presenza ed esortando a fare tesoro di questi tre appuntamenti, i primi dopo il lungo periodo del confinamento: un segno assai incoraggiante per la ripresa del nostro cammino.

Quando parliamo di gente, parliamo di popolo ed è il popolo che occorre conoscere. Per questo, mons. Brambilla ha fatto riferimento alla recente ricerca condotta da Franco Garelli e presentata nel volume da poco uscito Gente di poca fede. Il sentimento religioso nell’Italia incerta di Dio (il Mulino 2020). Una ricerca tanto più interessante se messa a confronto con quella condotta 25 anni fa. Si registra che il 75% degli italiani credono o in Dio o in un essere superiore. Un segnale incoraggiante, anche se tra i giovani la non credenza sale al 35% e annuncia un futuro molto diverso. È il primo segnale rosso che viene dall’inchiesta. Di fatto, la pratica cristiana sembra nascondersi nella palude del sentimento religioso: si crede, ma non si sa in cosa si crede… Tutte le dimensioni esistenziali, il nascere, il crescere, lo sposarsi e così via, fanno fatica a stare in dialogo con l’orizzonte della fede cristiana. 

teo20 1Se poi ci chiediamo: come rispondono i cattolici a questa situazione? Possiamo ricorrere all’immagine dell’albero, cara al card. Martini: ci sono i cattolici della linfa, i più vivi e creativi, quelli del tronco, solidi, ma già un po’ distanti, quelli della corteccia, con una appartenenza formale ma senza consistenza, infine i cattolici del muschio, i critici, collegate solo con alcune dimensioni. I cattolici della linfa sono oggi il 25% – un punto in più rispetto a 25 anni fa’ –, quelli del tronco il 29,8%, quelli della corteccia il 43,6%. Un albero con una grande corteccia e con poco tronco e una linfa che non riesce, di fatto, a comunicare con l’esterno. È cresciuto il cattolicesimo identitario: ci riconosciamo in dei valori che non si praticano più. Con una preoccupante crisi dell’idea di pratica: pensiamo che la pratica sia espressione di quello che crediamo e abbiamo dimenticato che la pratica è piuttosto e soprattutto costruzione di quello che siamo e crediamo. 

Non meno illuminante il movimento della presenza delle altre religioni in Italia. Se le religioni tradizionali mantengono la loro presenta residuale, dall’ebraismo alla galassia protestante, molto più vivace è la presenza del mondo ortodosso e di quello musulmano: un cambiamento che forse non teniamo presente, ma che costituisce uno sfondo effettivo del nostro quotidiano.

Se poi ci fermiamo sul secondo nodo, vale a dire la dimensione della fede, i dati sono non meno chiari: nel 1995 si registrava il 31,1% di frequenza ai sacramenti, oggi essa è scesa al 22%. Ancora più illuminante la forte diminuzione delle persone che si accostano alla confessione e di quelle che dichiarano di coltivare una preghiera personale, dal 60% al 40%. Il vero spostamento è quello relativo alla morale, dove si registra un crollo verticale. Si continuano a deplorare determinati comportamenti – dall’evasione fiscale all’uso dei servizi pubblici senza biglietto ecc. –, ma non si hanno più molti riguardi nel praticarli. 

teo20 2Il terzo nodo, relativo alla religiosità, racconta che il 60% degli italiani afferma di coltivare il rapporto con la dimensione del sacro. Un rapporto anche inquietante, se la credenza nel maligno e l’idea di un collegamento con i defunti sono salite al 40%, più che raddoppiato rispetto a 25 anni fa. 

La ricerca del sacro, in particolare, si caratterizza come ricerca di una guarigione interiore per il 27,4%, una dimensione alla quale il cristianesimo non è estraneo, anzi: Gesù stesso guarisce mentre annuncia e annuncia mentre guarisce. Attenzione a non deprimere questo bisogno, che può essere una porta attraverso la quale far giungere un annuncio ulteriore. Quasi il 25% è caratterizzato, poi, da un approccio molto autonomo, legato a persone o realtà specifiche: un atteggiamento che contrasta profondamente con la dimensione “cattolica” della fede. Solo il 20%, infine, presenta il tratto più consueto di una “vita spirituale” permeata dalla fede in Dio e dall’adesione ai principi di fondo della religione di chiesa.

teo20 4Quali prospettive indicare, si è chiesto, infine, mons. Brambilla? In primo luogo, dal punto di vista pastorale, occorre prestare grande cura alla prassi credente, perché s’imprima nella coscienza degli uomini come buona e salutare: «Un cristianesimo di convinzione non può essere vissuto solo con un processo di coscientizzazione del cristianesimo di tradizione, senza che siano coinvolti emozioni, sentimenti, memoria, tradizioni, pratiche credenti, figure ministeriali plurali». 

Sul versante educativo e culturale, poi, è decisivo ricomporre l’unità di soggetto credente e di fede creduta. Tutto questo reclama una vigorosa opera pedagogica della Chiesa con tutte le sue forze intellettuali e morali. Davvero, senza una radicale trasformazione culturale e conversione pastorale non è possibile raccogliere la sfida che il tempo presente lancia alla coscienza cristiana.

don Alessandro Andreini

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