La liturgia è vita: l'Eucaristia fa la Chiesa

liturgia5La conclusione della settimana di aggiornamento teologico, a Loppiano, è stata affidata al benedettino Ildebrando Scicolone, già preside dell’Istituto Liturgico S. Anselmo di Roma, che ha offerto un’ampia e appassionata riflessione sull’Eucaristia.

C’è una schizofrenia da guarire riguardo all’Eucaristia che, nel nostro modo di pensare, è qualcosa di totalmente diverso dalla messa. Una visione distorta affermatasi a partire dal secondo millennio e che ha finito per farci pensare – e addirittura formulare nel Catechismo di san Pio X – che Eucaristia è l’ostia consacrata custodita nel tabernacolo e che la messa sia un rito da essa, di fatto, del tutto staccata. È questa la malattia che dom Ildebrando Scicolone ha indicato come punto di partenza della sua riflessione che ha condotto i presenti, ancora una volta assai attenti e partecipi – anche grazie alla grande capacità comunicativa del relatore –, a riscoprire il significato unico dell’Eucaristia.

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Superando una seconda polarità anch’essa sviluppatasi nel corso dei secoli, vale a dire la prevalenza – di fatto assoluta dal XI secolo fin quasi a oggi – della dimensione sacrificale rispetto a quella conviviale dell’Eucaristia. Una polarità che si supera imparando a comprendere l’Eucaristia nella sua realtà di sacramento, ovvero di simbolo, immagine, mistero così come la tradizione ci parla: una realtà che è tale nella misura in cui impariamo a comprenderla, appunto, nella sua dimensione misterica, simbolica, sacramentale.

Se poi ci avviciniamo alla celebrazione eucaristica, ha continuato padre Scicolone, dobbiamo comprenderla nelle sue cinque parti, tre riti, vale a dire tre gesti, e due liturgie: riti di introduzione, liturgia della Parola, riti di offertorio, liturgia eucaristica, riti di comunione. 

I riti di introduzione sono i riti che ci aiutano nella formazione della comunità celebrante. In questo, si tratterebbe di riscoprire il ministero dell’accoglienza, gli antichi ostiarii, un servizio che cambierebbe la messa dall’essere un autobus di linea – dove si sale, ci si siede, si scende senza salutarci e conoscerci – all’essere un autobus prenotato, in cui tutti ci accogliamo, ci salutiamo, ci riconosciamo. E, poco a poco, diventiamo famiglia. Da sottolineare il ruolo del canto di ingresso che accompagna la processione d’introito: un canto che ha vari compiti, tra i quali quello di favorire la concordia dei cuori, di introdurci al clima della festa e molto altro. Dopo la venerazione dell’altare, il segno di croce, c’è il saluto che è annuncio della presenza del Signore – «il Signore è con voi», ben diversamente da quanto diciamo attualmente – e creazione di comunione, esperienza dell’essere tutti attori dell’unica celebrazione, anche attraverso la consapevolezza che siamo tutti peccatori. I riti di introduzione si chiudono con il canto – irrinunciabile – del Gloria e la colletta.

La liturgia della Parola è Dio che parla – oggi abbondantemente – al suo popolo. Dove la vera efficacia è forse diminuita dal fatto che non abbiamo ancora imparato a dare vita a quella parola, dimensione cruciale affidata all’omelia, la quale deve essere una “conversazione”, un accompagnamento alla seconda parte centrale della celebrazione, la liturgia eucaristica.

I riti di offertorio iniziano propriamente con la preghiera dei fedeli, che è la litania di questo rito, analoga alle litanie degli altri due riti – Kyrie e Agnus Dei –. Offertorio che è offerta dei doni per il sacrificio, ma anche e soprattutto offerta di noi stessi. Dio non ha bisogno d’altro che di noi che partecipiamo al sacrificio di Cristo. 

La liturgia eucaristica inizia con un nuovo saluto, in cui il presidente invita a rendere grazie, introducendo precisamente la preghiera eucaristica che inizia e specificandone il tema nel prefazio. Al centro, le due epiclesi con le quali invochiamo lo Spirito santo perché, nel primo caso, il pane e il vino diventino il corpo e il sangue di Cristo, nel secondo, perché noi diventiamo pienamente cristiformi. E poiché non lo diventiamo certo in una volta, non possiamo che tornare sempre di nuovo a celebrare l’Eucaristia. La preghiera eucaristica, poi, si conclude con le intercessioni, la grande preghiera fatta in comunione con i fratelli vivi, i defunti, gli angeli e i santi.

I riti di comunione sono composti di tre parti preparatorie: Padre nostro, scambio della pace, frazione del pane. Esse ci preparano ad andare a Cristo in vera comunione tra noi e a vivere il momento supremo che è la comunione, il vero abbraccio con lo Sposo Cristo. Di fatto, il nostro amen detto all’Eucaristia che ci viene offerta è un vero e proprio consenso sponsale: sì, diventiamo uno!

Concludendo i lavori, il vescovo Mario, presente anche stasera agli incontri, ha ringraziato per l’ospitalità di Loppiano, per la cena offerta dalla parrocchia della basilica di S. Giovanni, per l’organizzazione di questa settimana, ancora una volta bella e arricchente. Non c’è da trarre conclusioni, ha aggiunto. Sarà prezioso soprattutto rileggere l’Ordinamento generale del Messale romano, come è stato fatto durante gli esercizi spirituali del nostro clero. Ha poi ricordato le tre convocazioni diocesane e il grande risalto che è stato dato proprio alla celebrazione eucaristica nelle riflessioni delle parrocchie e delle comunità. Occorrono tempo e impegno per preparare la celebrazione: più diamo attenzione alla celebrazione, più essa sarà vera e viva per noi. E c’è davvero da ringraziare, ha concluso, perché nella nostra comunità ecclesiale vi è una significativa vitalità delle celebrazioni eucaristiche, come il vescovo stesso può verificare in occasione delle sue regolari visite alle parrocchie.

don Alessandro Andreini

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