La liturgia è vita: La tradizione non è un museo, ma un giardino vivo

liturgia3Il secondo appuntamento della settimana diocesana di aggiornamento teologico, con la relazione di Andrea Grillo, ci ha accompagnato dentro la prospettiva conciliare e il grande invito a “tradurre la tradizione” perché essa continui a vivere.

Con la grande affermazione di Sacrosanctum Concilium 7, il concilio Vaticano II ha inaugurato una nuova comprensione della presenza di Cristo nella sua Chiesa, amplificando, pur senza relativizzarla, la presenza nella celebrazione e particolarmente nell’Eucaristia: Cristo è presente nel sacrificio della messa, nel ministero dei presbiteri che offrono il sacrificio, nella parola, nei sacramenti, nella preghiera dell’assemblea celebrante. Ed è da qui che si apre tutto il percorso della liturgia riformata, in cui nessuno celebra per conto proprio, ma tutti abbiamo bisogno gli uni degli altri. È un testo potente quello conciliare, che ci chiede di cambiare il nostro stesso modo di pensare: la “presenza” non va vista come realtà principalmente ontologica, ma come realtà che si attua nella celebrazione. Si tratta di entrare in una logica simbolico-rituale, dove tutto è essenziale, tutto contribuisce a realizzare l’esperienza celebrante: il nostro radunarci, il nostro stare insieme, il modo in cui ci accostiamo all’altare, in modo in cui prendiamo la parola e così via.
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In questa prospettiva, il Messale non è altro che lo strumento tecnico di questa esperienza celebrativa. In questo senso, è ben chiaro che il Messale non è dei preti, ma dell’assemblea nel suo insieme. Una competenza per perdere competenza: così va compreso il compito del presidente della celebrazione, il presbitero, il quale è chiamato, appunto, ad avere una competenza specifica riguardo al Messale, ma nella prospettiva di «prendere l’iniziativa di perdere l’iniziativa» (J.-L. Marion).

Non dobbiamo neppure preoccuparci eccessivamente: il progetto conciliare prevede tempi lunghissimi, che coinvolgano varie generazioni. Si pensi al Concilio di Trento: la grande trasformazione lì proposta è divenuta effettiva circa 150 anni dopo! Così è per quello che stiamo vivendo: occorreranno davvero decenni e decenni per entrare nell’esperienza nuova della celebrazione liturgica così come il Concilio ci ha proposto. 

Elemento decisivo per la realizzazione di questo progetto è senza dubbio la partecipazione attiva. Proviamo a illuminarla a partire dal suo contrario: è quello che troviamo nell’enciclica Mediator Dei di Pio XII, secondo la quale partecipare alla messa significa avendo in noi stessi gli stessi sentimenti di Cristo. Una definizione bellissima, ma vecchia e generativa di presenze così diverse e private che, di fatto, allontanano del tutto dall’esperienza celebrativa in quanto tale. L’actuosa participatio del concilio Vaticano II esce definitivamente da quel modello e ci invita ad abitare i riti così da viverli e, alla fine, anche comprenderli. Pensiamo al momento della liturgia della Parola che, nelle nostre assemblee, è viziata dal fatto che, invece di un ascolto, pratichiamo una lettura: l’impegno dell’ascolto è esperienza di comunione con Cristo che parla. Occorre che impariamo a sperimentarlo e così tocchiamo con mano che cosa sia effettivamente l’esperienza della celebrazione. 

Un discorso specifico va fatto riguardo alla liturgia eucaristica che è altro dalle sole parole dell’istituzione: occorre sempre più comprendere che l’Eucaristia è insieme di istituzione e comunione e che non possiamo cogliere la reale presenza di Cristo se non tenendo insieme i due momenti. Mettendo a fuoco questo, poco a poco viene in evidenza una nuova e più corretta comprensione ed esperienza dell’Eucaristia: si celebra l’Eucaristia non per consacrare il pane e il vino, ma per creare una comunità eucaristica. La Comunione è il vertice della liturgia eucaristica: davvero un modo nuovo – e antico – di essere e di pensare la Chiesa.

don Alessandro Andreini 

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