Una Chiesa in ascolto: “Sinodalità e discernimento”

sett teol3La seconda relazione della settimana teologica, affidata a don Alessandro Clemenzia: leggere la storia alla luce dello Spirito Santo.

Un concetto che “va di moda”, ed è certamente di grande attualità: «oggi è venuto il tempo soprattutto di ricercare ed esperire il discernimento comunitario, ecclesiale e, di conseguenza, sinodale» (E. Bianchi). Così ha esordito la sua relazione don Alessandro Clemenzia, sviluppando il tema della sfida di leggere la storia alla luce dello Spirito santo. Una riflessione che ha sviluppato in dialogo con un documento della Commissione teologica internazionale, La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa (marzo 2018), particolarmente il quarto capitolo, dal titolo La conversione per una rinnovata sinodalità. Una prospettiva carissima al magistero di papa Francesco, che sottolinea sempre l’importanza di “avviare processi” piuttosto che puntare alla riforma delle istituzioni.

Sinodalità come conversione
Il punto di partenza non può che essere la sinodalità come conversione. La conversione ci riguarda, ma non siamo noi a realizzarla, come era solito dire il carissimo don Mario Bodega. La conversione è un dono che può raggiungerci nel modo più inaspettato: non è uno sforzo morale, un imporsi qualcosa, ma un lasciarci prendere e scuotere dalle circostanze della realtà. Così è la sinodalità: non uno sforzo, un’imposizione, un dovere che ci diamo, ma un accogliere quello che ci viene incontro e che ci provoca una insolita speranza, ci apre uno spiraglio di luce. Come afferma il documento, la sinodalità può certamente essere aiutata dallo sforzo di rivitalizzare le strutture, ma tutto ha inizio dal rispondere alla gratuita chiamata di Dio. Sta qui il modello altissimo del sì attivo e dinamico di Maria.
In secondo luogo, la sinodalità è una modalità della presenza di Dio nel mondo: Dio chiama e non lo fa da lontano, chiama dal cuore della realtà, ed è in Gesù che questo si manifesta nel modo più pieno e definitivo. Ricordiamo Mt 18,20, che ci dice il “dove” di Dio: dove due o tre sono riuniti nel suo nome. E Mt28,20 che ci parla del “come”, con la certezza della presenza di Cristo nella comunione tra di noi, e del “quando”, fino alla fine del mondo.

sett teol4Forma per eccellenza della Chiesa
In questo senso, la sinodalità è forma per eccellenza della realtà e della vita della Chiesa. La comunità cristiana l’ha capito da sempre, basta ricordare il bellissimo testo del V Concilio ecumenico, il secondo di Costantinopoli, nel 553, che don Alessandro ha citato per esteso: quando i cristiani si uniscono davvero, allora lo Spirito santo parla. È quando ci uniamo che Cristo Verità è presente e sconfigge le tenebre dell’ignoranza e dell’errore.
In questo senso, la grande preoccupazione della Chiesa è quella di interrogarsi su come generare continuamente la presenza di Cristo: non possiamo accontentarci dei 20 minuti della messa quotidiana. Occorre riscoprire quella esperienza della representatio Christi che è la certezza della presenza di Cristo in mezzo a noi: non si tratta di una rappresentazione, come spesso noi pensiamo e viviamo i nostri incontri e le nostre stesse liturgie, ma una sua continua e reale ripresentazione. Non si tratta di convertirci per rendere Cristo presente, ma è il fatto di essere consapevole che Cristo è qui che io mi converto!
A partire da queste considerazioni, si comprende la forza, a un tempo, centripeta e centrifuga della sinodalità: un convenire per partire, un venire al centro per andare alle periferie, Chiesa in uscita ma solo quando ha incontrato Cristo e lo segue dove lui è, fuori dalle mura di Gerusalemme. Il fuori è il luogo della presenza di Cristo: la Chiesa che esce non è altro che la Chiesa che va dove Gesù sta, fuori!

Passaggio dall’io al noi
La sinodalità genera il passaggio decisivo dall’io al noi: è il primato della comunione, la quale è una grazia donata dal battesimo e dall’Eucaristia. Così il documento spiega tale verità: «il transito pasquale dall’io, individualisticamente inteso, al noi ecclesiale, dove ogni io rivestito di Cristo vive e cammina con i fratelli e le sorelle». È questo transito che produce l’irradiamento di Cristo in noi e nel mondo e ci permette di vivere il nostro dolore e le nostre domande come vera esperienza pasquale. Non un prolungamento, ma una reale presenza cristologica e chi ne ha fatto esperienza anche una sola volta, sa riconoscerla senza incertezze. In fondo, non è altro che quello che avviene ogni volta nella celebrazione eucaristica: Cristo si fa me. È lo Spirito santo a realizzare questa comunione, che non è mai spersonalizzazione, ma incontro tra noi nella presenza di Cristo in mezzo a noi.

Il discernimento comunitario
Non esiste discernimento che non abbia al centro una vera esperienza di comunicazione. Una comunicazione effettiva, la chiama il documento intorno a cui lavoriamo. Vale a dire una comunicazione che genera nell’altro ciò che comunica: non informativa, ma performativa. Una comunicazione in cui, al centro, si trova l’esperienza vera di quello di cui parliamo. È evidente come tale comunicazione non può nascere se non a partire da un’esperienza vissuta: se io parlo a te di Gesù, tu incontrerai un Gesù che ha anche il mio volto, e si stabilirà tra noi tre un legame unico che diventa fecondo e coinvolgente. In questo senso, si potrebbe dire addirittura che il cristianesimo si è diffuso e sviluppato “per invidia”, perché le persone hanno sentito la differenza tra la propria vita quotidiana piatta e la gioia di chi vive l’esperienza di Cristo.
E attenzione, la sinodalità è un pensiero al singolare che esprime un plurale, un pensiero che esprime il popolo di Dio: molto più che un pensiero democratico, dove la maggioranza vince, molto altro che un banale accontentare tutti. In fondo, non è altro che un pensiero generato dalla presenza di Cristo in mezzo a noi. Detto altrimenti, l’esperienza del discernimento non è altro che imparare a vedere la realtà con occhi nuovi: e di farlo attraverso e dentro i luoghi che Dio ci mette davanti. Discernimento è esercitare un modo relazionale di guardare il mondo che diventi conoscenza condivisa, visione comune: e questo si realizza attraverso uno spostamento, una delocalizzazione che ci mette nelle condizioni, appunto, di vedere diversamente. È di questi luoghi che abbiamo bisogno.

Contemplativi nel quotidiano
In fondo, non si tratta di altro che di diventare contemplativi, dono che è lo Spirito santo a realizzare in noi: contemplare, in fondo, significa saper cogliere la presenza di Dio dove Dio sembra non esserci, cogliere la mossa di Dio proprio dove non ci aspetteremmo di riconoscerla. Più precisamente: significa imparare a guardare la storia con la fede certa che Dio sta già agendo al suo interno, anche nella quotidianità più banale. È la potenza di uno sguardo che si incontra con la potenza dello Spirito santo che agisce dentro la storia.

Don Alessandro Andreini

Diocesi di Fiesole

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