Una Chiesa in ascolto: “La sfida del cambiamento”

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La fecondità della discussione
«Abbiamo bisogno di esercitarci nell’arte di ascoltare, che è più che sentire. […] Solo a partire da questo ascolto rispettoso e capace di com-patire si possono trovare le vie per un’autentica crescita, si può risvegliare il desiderio dell’ideale cristiano, l’ansia di rispondere pienamente all’amore di Dio e l’anelito di sviluppare il meglio di quanto Dio ha seminato nella propria vita». È con questa affermazione di papa Francesco in Evangelii gaudium (n. 171) che si sono aperti, lunedì mattina, i lavori della 49° Settimana teologica diocesana, nell’auditorium del santuario Theotokos di Loppiano.
Un’apertura affidata al teologo don Severino Dianich che ha evocato, all’inizio del suo discorso, il clima di discussione e perfino di conflitto che si viveva al tempo del Concilio: un clima di cui c’è bisogno e che non deve spaventarci. In effetti, è sembrato che, negli anni successivi, questa discussione feconda si sia in qualche modo fermata: temiamo il cambiamento, quando esso, in realtà, fa parte della fisiologia della vita e della stessa esperienza cristiana. Gesù ha iniziato con un cambiamento, ed è per questo che è stato condannato. Cambiamento è stata la nascita della Chiesa imperiale, cambiamenti hanno introdotto i grandi concili dogmatici, da Nicea a Costantinopoli.
Una parola don Severino l’ha poi dedicata al singolare fenomeno dell’opposizione al magistero di papa Francesco che egli distingue in varie direzioni: chi pone la questione dottrinale e sottolinea la necessità di rimanere fedeli alla tradizione e alle forme, chi invece si oppone a papa Francesco sulla linea del sovranismo e del nazionalismo. Due percorsi che si usano e si strumentalizzano reciprocamente. Una terza dimensione è l’alleanza tra opposizione a papa Francesco e forti poteri finanziari, di area soprattutto americana.

sett teol2A partire dal concilio Vaticano II
Una chiave per capire i cambiamenti che si stanno attuando è certamente il magistero del concilio Vaticano II, ha proseguito don Dianich: in particolare, l’attenzione posta sulla realtà impersonale della rivelazione rispetto a una prospettiva oggettiva e deduttiva. Se il Vaticano I parlava di un dovere di credere a un contenuto preciso, il Vaticano II sposta l’attenzione sull’iniziativa autorivelativa di Dio: non vengono prima le cose da credere, ma l’atteggiamento di Dio che «parla agli uomini come ad amici». Dalle cose da credere al colloquio con Dio, che è tutto personale. Un cambiamento di prospettiva che lo stesso Giovanni XXIII annunciava nel suo discorso di apertura del Concilio (n. 5): «altro è il deposito della fede, altro il modo con il quale esse sono annunziate». Un discorso straordinario che documenta l’ispirazione di tutto il Concilio e che è tornato continuamente al centro nei quattro anni di lavoro. È esattamente su questa linea che si muove il magistero di papa Francesco.
Né dimentichiamo che, con l’avvento di un Papa sudamericano, è tornata a porsi la questione della pluralità delle culture e degli stessi fondamenti del pensiero: il cristianesimo si è impiantato e si è sviluppato nel contesto greco-latino, ma questo non è il solo e irrinunciabile terreno in cui la fede può svilupparsi. È un dato storico incontrovertibile: è la mescolanza che ha prodotto le nostre civiltà ed è assurdo e impossibile pensare di proteggerle arroccandosi sulla difensiva, tanto più in un tempo in cui comunicazioni e collegamenti sono diventati velocissimi.

Evangelizzare un mondo non più cristiano
C’è, poi, una realtà che più di ogni altra è profondamente mutata: per secoli, la Chiesa ha sempre “evangelizzato” in un contesto di per sé già cristiano. Oggi, siamo sfidati a parlare a un mondo non più cristiano, in cui cioè la fede non è più un elemento cruciale e assodato. «Sogno una scelta missionaria, capace di trasformare ogni cosa» (EG 27): così afferma papa Francesco, lasciando intendere proprio il punto chiave della necessità di sganciarsi da un radicamento culturale che rischia di bloccare l’esperienza cristiana in un modello non più attuale. Precisamente, si tratta di abbandonare la certezza per noi fortissima di poter arrivare a mettere a punto una verità indiscutibile, fondata sull’assoluta fiducia nella ragione: c’è da imparare a tenere conto di uno spazio aperto tra ciò che è vero e ciò che non lo è. Una prospettiva che ha varie ricadute: non prima di tutto magistero, ma soprattutto predicazione, non leggi astratte, ma primato del dialogo interpersonale.
In fondo, da sempre la componente intersoggettiva è decisiva per la stessa esperienza cristiana. In questo senso, come afferma ancora Evangelii gaudium, chi predica deve porsi in ascolto del popolo, il predicatore è un contemplativo della parola, ma ha bisogno di essere anche un contemplativo del popolo. Una prospettiva già cara a Gregorio Magno: come affermava in un’omelia su Ezechiele, «so infatti che spesso, molte cose che nella Santa Scrittura da solo non riuscivo a comprendere, le ho capite quando mi sono trovato in mezzo ai miei fratelli. […] Così con la grazia di Dio avviene che aumenti l'intelligenza e diminuisca la superbia, mentre per causa vostra imparo ciò che a voi insegno; perché, ve lo confesso candidamente, il più delle volte con voi ascolto quello che a voi dico».
La sfida del cambiamento non riguarda solo il magistero, ma l’intera esperienza ecclesiale. Siamo afflitti da un certo mutismo relativamente alla fede: sembra perfino che non siamo in grado di parlare della fede. Siamo ancora legati alla tradizionale contrapposizione tra paesi cristiani e paesi non cristiani: una strutturazione chiara che ha funzionato benissimo per un certo tempo. Ma che è del tutto tramontata.

Il primato dello stile di vita cristiana
In che direzione andare? Non possiamo fare altro che muoverci nella prospettiva dei nostri comportamenti cristiani. Gesù non ragiona con i numeri e i consensi, ma nella logica del lievito e del sale. Occorre valorizzare il vangelo nel rapporto con le persone: non è tanto la morale cristiana la prima cosa da proporre, piuttosto occorre proporre la fede. In questo senso, l’edificio morale della Chiesa corre il rischio di diventare un castello di carta… In tal caso, non annunceremmo il vangelo, ma «alcuni accenti dottrinali o morali che procedono da determinate opzioni ideologiche» (EG 39).
Incamminandosi verso la fine della sua riflessione, seguita da un buon dibattito in sala, don Dianich si è chiesto chi abbia la titolarità dell’evangelizzazione. Non è tanto il magistero, non i vescovi, ma i fedeli: ciascun battezzato è un soggetto attivo di evangelizzazione (cfr. EG 120). LG 35 notava che i fedeli laici hanno un ruolo particolarmente importante, proprio perché sono laici. Se evangelizzazione è comunicare lo stile del vangelo, chi è che vive di più la esperienza cristiana normale se non i laici? Sono i laici che possono parlare di che cosa significa vivere il vangelo in famiglia, lavorando, nella militanza politica…
Ed è un processo che sfida la comunità cristiana a mettersi in movimento. In effetti, il rischio è quello che le nostre comunità continuino a preoccuparsi della vita interna e lascino l’impegno di evangelizzazione a coloro che sono “incaricati” di questo. Si tratta, al contrario, di essere sfidati proprio da questa testimonianza laicale per ridisegnare la fisionomia delle nostre comunità. È anche una questione di linguaggio: parole come sacramento, redenzione, messa, sacerdote, non possono essere utilizzate con chi è del tutto fuori dal nostro contesto. C’è da ripartire dalla vita concreta!

Attenzione a chi è fuori
Si tratta di passare dall’esclusiva cura dei credenti praticanti a un’impostazione estroversa di tutte le nostre iniziative. Avere attenzione a chi non è dentro, con l’uso di un linguaggio nuovo: passare dalla cura pastorale all’evangelizzazione. Anche la liturgia, che di per sé è esperienza dei credenti, è evento, di per sé, aperto: una sfida che ci interroga a tenere conto di chi entra nelle nostre chiese anche durante una celebrazione… Questo non significa dimenticare che la Chiesa è chiamata a un forte impegno nel sociale – ha concluso – e, tuttavia, è il rapporto con la persona che deve tornare al centro. E questo ci libera da preoccupazioni relative alla preservazione della nostra identità, dal momento che la nostra identità è profondamente aperta, votata al dialogo e all’accoglienza…
È chiaro che tale nuova prospettiva chiede anche delle riforme nella struttura della Chiesa: non si può relegare i laici in una posizione di sola consulenza! L’intero diritto canonico non tratta in nessun modo il tema dell’evangelizzazione: si preoccupa della strutturazione interna della Chiesa. Qualcosa di legittimo, ma che misuriamo oggi come sempre più inadeguato. Un ultimo elemento: non basta più pensare che sia sufficiente essere cristiani nel cuore. Anche le forme esterne hanno bisogno di adeguarsi a una forma di vita più evangelica.

Don Alessandro Andreini

Diocesi di Fiesole

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