Lettera del Vescovo: alcuni punti emersi nell'ultimo Consiglio Pastorale diocesano

Carissimi,

lo scorso 4 novembre si è riunito in videoconferenza il nuovo Consiglio Pastorale diocesano. Nel confronto sono emerse molte riflessioni che interessano la vita della nostra Chiesa in questo momento così delicato. Ho cercato di assimilare al meglio quelle indicazioni e di raccoglierle con ordine. Ora, aggiungendo alcuni miei pensieri, scrivo a tutti questa lettera per incoraggiarci a vicenda ad affrontare con fiducia questo periodo di limitazioni e di sacrifici. La certezza che il Signore non ci abbandona nella prova e cammina sempre con noi ci dona serenità e ci infonde speranza.

Le misure di prevenzione e contenimento sono necessarie e noi cristiani dobbiamo essere i primi a dare il buon esempio nell’osservarle. Come insegna l’Apostolo Paolo: “Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite. E quelli che si oppongono attireranno su di sé la condanna. I governanti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Perciò è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza. Qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: Amerai il tuo prossimo come te stesso.  La carità non fa alcun male al prossimo. E questo voi farete, consapevoli del momento”. (Rm 13,1…11). Dobbiamo tuttavia prestare attenzione affinché il necessario distanziamento per motivi sanitari non abbia a favorire la tentazione all’isolamento, né mortificare il desiderio dell’incontro e dell’ascolto reciproco. Osserviamo tutte le regole, ma non alziamo barricate fra noi. Gli altri, prima ancora di essere eventuali portatori di virus, sono “fratelli tutti”, persone create da Dio a sua immagine e somiglianza, prossimo di cui prenderci cura.

Non possiamo andare in letargo. Le nostre comunità cristiane devono essere sveglie e attente per non distrarsi davanti alle reali necessità della gente e per cogliere tutte le opportunità che questo tempo difficile comunque concede. Se il virus ci costringe a rallentare un poco i nostri ritmi frenetici di vita, avremo più tempo per riflettere su quello che facciamo, per concentrarci su ciò che è veramente essenziale e farlo bene. Se corriamo di meno, possiamo dare più tempo all’ascolto, alle relazioni, al dialogo in famiglia, agli affetti. Specialmente agli anziani, che spesso sono quelli  più soli.

Una educazione all’ascolto per noi cristiani parte dalla preghiera. La preghiera autentica è sempre ascolto del Signore che parla. Il Signore non ha bisogno dei nostri riti e delle nostre parole, mentre noi abbiamo necessità della sua Parola. Andare alla Messa e non metterci in ascolto del Signore che parla con il suo Vangelo, ridurrebbe il sacramento da un atto di fede a un atto magico, meramente rituale. Ascoltando il Signore, impariamo sempre più a conoscere i suoi pensieri e a coltivare in noi i suoi sentimenti: impariamo così ad ascoltare il prossimo, a fare dono del nostro tempo, a prenderci cura degli altri. Cominciando dai nostri familiari, poi nell’ambiente di lavoro, nella parrocchia, ecc. Ascoltando il Signore impariamo cosa significa essere accoglienti e a avere un cuore libero. Anche il telefono e i social possono creare vicinanza. Non sostituiranno mai l’incontro personale, ma lo potranno sempre integrare.

Quando in famiglia ci si ascolta… la famiglia respira bene. Quando si prega insieme e insieme si ascolta il Signore, la famiglia fiorisce e porta frutti di bene. Uno stile bello che si trasmette da una generazione all’altra… Quando i nonni e i bambini si ascoltano, i nonni non invecchiano e e bambini diventano maturi. Quando genitori e figli, moglie e marito si ascoltano, si scopre l’armonia (magari dopo qualche dissonanza che prepara l’accordo finale) e si è benedetti da Dio nella pace. Il virus ci ha fatto soffrire molto, ma ci ha anche fatto scoprire che, se vogliamo, la Chiesa è in casa nostra.

Anche le parrocchie devono curare bene i luoghi dell’ascolto e suscitare occasioni in cui si impara ad ascoltare: l’adorazione (come anche di recente ci ha raccomandato papa Francesco), la catechesi basata sull’ascolto del Vangelo, la disponibilità del sacerdote nelle chiese e negli oratori con orari precisi, un saggio e intelligente uso dei social con messaggi che possono essere ascoltati a tempo opportuno, la catechesi per gli adulti nel dopo cena (non si può uscire, ci si può collegare) fatta a distanza e proposta in modo capillare e sistematico (non per questo lungo, serioso e pesante: papa Francesco ci dà un bell’esempio ogni settimana). In questo contesto ci si può esercitare a leggere e interpretare questo nostro tempo.

Le associazioni e i gruppi possono valorizzare molto l’impegno di una educazione all’ascolto del Signore e degli altri: gruppi anche piccoli, aperti al dialogo e all’approfondimento, senza isolarsi dal resto della comunità.

Lasciarsi rinnovare nella mente e nel cuore è fatica. C’è sempre difficoltà a cambiare, ad accogliere il nuovo. Forse istintivamente ci viene da aspettarsi che siano gli altri a dover cambiare, mentre l’ascolto del Signore e del prossimo porta a saperci chiedere cosa ciascuno di noi deve cambiare in sé stesso e come ciascuno possa trovarsi interiormente rinnovato. È un processo di conversione in cui lo Spirito Santo, il Vivificante, ci libera dalle incrostazioni del “si è sempre fatto così” e ci apre nuovi scenari di speranza.

Due criticità che rendono più difficile la vita ordinaria delle nostre parrocchie sono la forzata “lontananza” dai malati e dagli anziani che non possono uscire di casa e gli incontri di formazione per i ragazzi. Per i malati c’è la l’attenzione di molti parroci e di molti bravi “Ministri straordinari della Comunione” che li cercano e si fanno vivi per telefono, ma ovviamente la visita a casa, l’intrattenimento fraterno e soprattutto il Sacramento fanno la differenza.

Analogamente la catechesi ai ragazzi: apprezzabile l’impegno di molte famiglie, lodevole la passione di molti catechisti, ma non pochi fanciulli di fatto hanno abbandonato il catechismo in parrocchia e tutto lascia prevedere che la ripresa sarà difficile. Un grazie grande ai catechisti e ai “ministri straordinari”. La loro opera è davvero preziosa. Un preghiera perché non si scoraggino. Soprattutto molta e intensa preghiera per i malati e per i bambini, perché né loro, né le loro famiglie si trovino abbandonati, ma possano presto sentirsi pienamente coinvolti.

Un ultimo pensiero è per i poveri. Ultimo, per evidenziarlo meglio. Domenica 15 novembre sarà la quarta giornata mondiale dei poveri. Accogliendo l’invito “Tendi la mano al povero” (Sir 7,32), ripetuto da papa Francesco, vogliamo essere vicini ai poveri di sempre e ai nuovi poveri, il cui numero in questo tempo di pandemia è vertiginosamente aumentato, più del numero dei contagiati. “In questi mesi, nei quali il mondo intero è stato come sopraffatto da un virus che ha portato dolore e morte, sconforto e smarrimento, quante mani tese abbiamo potuto vedere! La mano tesa del medico… dell’infermiera e dell’infermiere… di chi lavora nell’amministrazione… del farmacista… del sacerdote. La mano tesa del volontario che soccorre chi vive per strada e quanti, pur avendo un tetto, non hanno da mangiare. La mano tesa di uomini e donne che lavorano per offrire servizi essenziali e sicurezza. E altre mani tese potremmo ancora descrivere fino a comporre una litania di opere di bene. Tutte queste mani hanno sfidato il contagio e la paura pur di dare sostegno e consolazione” (dal messaggio del papa). Anche se la pandemia limita al massimo le iniziative, la Giornata Mondiale dei Poveri è un appuntamento importante, perché ci aiuta a riconoscere con gratitudine tutte le attività caritative già in atto nella nostra diocesi, ma anche a sperimentare nuove modalità di attenzione, possibili anche durante limitazioni imposte dal covid, verso le persone più fragili ed esposte (persone e famiglie in isolamento forzato, disoccupazione, indigenza, gli anziani soli e anche gli adolescenti, frastornati da un clima che rende più faticoso un equilibro messo alla prova). Non è la giornata per alcuni che soffrono e per alcuni che si impegnano. E’ la giornata di tutti. I poveri sono di tutti e a tutti ne chiederà conto il Signore.

 

Si avvicina ormai il termine dell’anno liturgico e si affaccia il tempo dell’Avvento. Guardare a Cristo Signore che di nuovo verrà nella gloria, pensare il nostro destino eterno accanto a lui ci conforta e ci rasserena. La speranza che non delude ci offre una bella prospettiva di luce per guardare e attraversare questo periodo difficile. Un periodo che diventa propizio, se con le buone opere andiamo incontro al Signore che viene.

 

È l’augurio che rivolgo a tutti con affetto sincero,

+ Mario

Fiesole, 14 novembre 2020

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